Châtel-Argent
La fortezza dei Savoia a Villeneuve, dove un tempo si batteva moneta

Sopra il paese di Villeneuve, una grossa torre rotonda si alza su un terrazzo di roccia. È Châtel-Argent. La fortezza sorvegliava una strettoia lungo la Dora Baltea, sulla strada del colle del Piccolo San Bernardo. I ruderi occupano una vasta superficie e la vista sulla valle è splendida.
Un nome che viene dalle monete
Il luogo è abitato fin dalla preistoria. Il castello compare in un documento del 1176 con il nome di Castrum Argenteum. Si dice che il nome derivi dalla zecca dove nel Medioevo si batteva moneta. A differenza di molti castelli valdostani, Châtel-Argent non fu mai affidato a una famiglia nobile. Rimase sempre ai conti, poi ai duchi di Savoia.
La torre del capomastro dei Savoia
La fortezza attuale risale soprattutto al 1275 circa. Fu ricostruita per il conte di Savoia da tecnici della sua corte, tra cui Giacomo di San Giorgio (Jacques de Saint-Georges). Questo architetto costruì poi castelli nel Galles per il re d’Inghilterra Edoardo I. La torre rotonda, alta circa 16 metri, ha muri spessi quasi due metri. Tutto intorno, la cinta racchiudeva alloggi, una cisterna a volta e una cappella. Qui tutto era pensato per la guerra, anche se il conte vi faceva talvolta tappa.
Una cappella più antica
La parte più vecchia del sito è la piccola cappella di Santa Colomba. Fu costruita verso il 1050-1070, molto prima della torre. L’abside è decorata da nicchie e archetti tipici dell’arte romanica. Più in basso si trova l’antica chiesa di Santa Maria.
Per vederlo
Châtel-Argent
11018 Villeneuve (AO)
Fondazione Gran Paradiso: +39 0165 75 301 · grand-paradis.it
I ruderi sono ad accesso libero. Dal ponte sulla Dora, nel centro di Villeneuve, una stradina e poi una scala scavata nella roccia salgono al castello: circa un quarto d’ora di cammino. Sul posto si fa il giro della cinta e della torre, e si vede la cappella di Santa Colomba.

Foto principale: Alexis.courthoud, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
Cartine: realizzazione personale di Marc Badjou.



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